DOVERE DI CORRETTEZZA E BUONA FEDE
Lavorare insieme significa rispettare il contratto, ma anche non trasformare ogni spazio lasciato dalle regole in un’occasione per danneggiare l’altro
Un contratto di lavoro non può prevedere ogni situazione possibile. Nessuna norma può stabilire in anticipo come comportarsi davanti a ogni imprevisto, ogni relazione tra colleghi, ogni decisione organizzativa. Per questo nell’ordinamento esistono due principi che attraversano l’intero rapporto di lavoro: correttezza e buona fede. Gli articoli 1175 e 1375 del Codice civile impongono alle parti di comportarsi secondo correttezza e di eseguire il contratto secondo buona fede. Non riguardano soltanto il lavoratore: valgono anche per il datore di lavoro. Sono, in un certo senso, le regole che entrano in gioco quando la semplice lettura del contratto non basta.
ESSERE CORRETTI NON SIGNIFICA ESSERE ACCONDISCENDENTI
La correttezza non impone al lavoratore di rinunciare ai propri interessi. Può contestare una decisione, chiedere il pagamento di ciò che gli spetta, rivolgersi al sindacato, agire in giudizio e opporsi a una disposizione quando ne ricorrano i presupposti. Difendere un diritto non è un comportamento scorretto. La buona fede chiede qualcosa di diverso: che le parti non utilizzino artificiosamente il rapporto contrattuale per arrecarsi reciprocamente un danno o per ottenere attraverso un comportamento sleale ciò che le regole non consentirebbero.
NELLA VITA QUOTIDIANA DEL LAVORO
Il principio può emergere nelle situazioni più comuni: comunicare tempestivamente circostanze che incidono sulla prestazione, collaborare ragionevolmente quando l’organizzazione richiede informazioni necessarie, non fornire consapevolmente indicazioni false, non creare artificiosamente situazioni destinate a danneggiare l’attività o i colleghi. Non serve necessariamente una grande violazione. A volte la correttezza si misura proprio nelle piccole condotte attraverso le quali un’organizzazione riesce — oppure smette — di funzionare.
MA LA BUONA FEDE VALE ANCHE PER L’AZIENDA
Questo è il punto che non dobbiamo perdere. Non esiste un dovere di correttezza soltanto per chi lavora. Anche il datore deve esercitare i propri poteri rispettando i principi dell’ordinamento e gli obblighi derivanti dal rapporto. Non può pretendere collaborazione e poi utilizzare quella collaborazione contro il lavoratore in maniera abusiva; non può invocare la fiducia come se fosse una delega senza confini. Nel contratto di lavoro esiste una disparità di potere evidente, ed è proprio per questo che correttezza e buona fede assumono un significato particolarmente importante.
LA FIDUCIA NON È OBBEDIENZA CIECA
Nel linguaggio aziendale si parla spesso di “rapporto fiduciario”. È un’espressione importante, ma può essere equivocata. La fiducia non significa adesione personale al datore di lavoro e non cancella il conflitto di interessi che può legittimamente esistere nel rapporto. Un lavoratore può essere leale e contemporaneamente rivendicare un aumento; corretto e contemporaneamente scioperare; affidabile e contemporaneamente contestare una sanzione. La dignità del rapporto nasce proprio dalla possibilità di avere interessi diversi senza trasformarsi per questo in nemici.
LA BUSSOLA
Correttezza e buona fede sono difficili da fotografare in una regola perché appartengono soprattutto al modo in cui le regole vengono vissute. Chiedono al lavoratore di non approfittare slealmente del rapporto, ma chiedono la stessa cosa all’impresa. Sono un ponte tra ciò che è semplicemente consentito e ciò che è giusto pretendere dall’altra parte. Perché un luogo di lavoro può avere contratti impeccabili, procedure perfette e regolamenti lunghissimi, ma senza correttezza reciproca rimarrà sempre qualcosa di essenziale fuori da quelle pagine: il rispetto tra le persone.


