SETTORE SCUOLA
Il luogo dove un Paese decide chi diventerà: docenti, ATA, precariato, salari, denatalità, inclusione, competenze e una domanda che riguarda tutti — che scuola vogliamo consegnare al futuro?
La scuola è forse il settore nel quale la distanza tra ciò che diciamo e ciò che facciamo appare più evidente. La chiamiamo presidio democratico, ascensore sociale, luogo della formazione, spazio dell’inclusione. Eppure continuiamo a trattarla troppo spesso come un sistema da amministrare più che come un’infrastruttura nazionale da proteggere. Dentro la scuola italiana convivono oltre un milione di lavoratrici e lavoratori tra docenti, personale ATA, dirigenti e altre figure del comparto, milioni di studenti, famiglie, fragilità sociali, territori diversissimi, bisogni educativi sempre più complessi e una trasformazione demografica che nei prossimi anni cambierà radicalmente la geografia scolastica. Il punto, allora, non è soltanto quanti insegnanti avremo o quanto guadagneranno. Il punto è più profondo: se la scuola arretra, arretra la capacità del Paese di produrre cittadinanza, lavoro, mobilità sociale e futuro.
UN SISTEMA IMMENSO CHE CAMBIA MENTRE DIMINUISCONO GLI STUDENTI
La prima trasformazione è demografica. Al 1° gennaio 2026 i bambini e ragazzi tra 0 e 14 anni sono circa 6,85 milioni, appena l’11,6% della popolazione italiana, con una riduzione di 168 mila unità in un solo anno. In dieci anni la popolazione 0-14 anni è diminuita del 16,7%. Questo significa meno alunni in molti territori, soprattutto nelle aree interne e nei piccoli comuni, e inevitabilmente una diversa distribuzione di classi, plessi e organici. Ma sarebbe un errore leggere la denatalità soltanto come una possibilità di “risparmiare personale”. Potrebbe essere esattamente il contrario: meno studenti potrebbero consentire classi meno affollate, più tempo individuale, maggiore inclusione e una scuola finalmente meno compressa, se la politica decidesse di usare il calo demografico come occasione qualitativa invece che come pretesto contabile.
L’OCCUPAZIONE: UN SETTORE CHE NON PUÒ FARE A MENO DELLE PERSONE
La scuola resta uno dei più grandi datori di lavoro pubblici del Paese. Il contratto Istruzione e Ricerca 2025-2027 riguarda circa 1,2 milioni di dipendenti pubblici distribuiti tra scuola, università, ricerca e AFAM. Nella scuola, il bisogno di personale non scompare con il calo degli studenti: cambia. Serviranno competenze diverse, maggiore specializzazione sul sostegno, capacità digitali, formazione linguistica, orientamento, gestione dei bisogni educativi complessi e presidio dei territori più fragili. La vera sfida occupazionale non sarà soltanto sostituire chi va in pensione. Sarà capire quali professionalità servono davvero alla scuola dei prossimi dieci anni.
PRECARIATO: LA FERITA CHE NON SI CHIUDE
Il precariato scolastico è diventato quasi una componente strutturale del sistema. Supplenze annuali, graduatorie, concorsi, mobilità, incarichi temporanei e ritardi nelle assegnazioni producono una condizione nella quale lavoratrici e lavoratori possono rimanere per anni sospesi tra ingresso e stabilizzazione. Il problema non è soltanto individuale. È organizzativo. Ogni volta che un docente cambia scuola, classe o territorio, si interrompe una continuità costruita lentamente. Nella scuola il lavoro non è intercambiabile come un pezzo di magazzino: la relazione educativa ha bisogno di tempo. Il precariato, quindi, non è soltanto una questione sindacale. È una questione didattica.
IL SOSTEGNO: DOVE IL PRECARIATO DIVENTA UNA QUESTIONE DI DIRITTI
Il nodo appare ancora più evidente sul sostegno. I dati Istat mostrano che nell’anno scolastico 2024/2025 più della metà degli alunni con disabilità ha cambiato insegnante di sostegno rispetto all’anno precedente; nel Rapporto annuale 2025 la quota era indicata al 57,3%, mentre l’8,4% aveva subito un cambio addirittura durante lo stesso anno scolastico. È difficile immaginare un indicatore più chiaro del problema. Un bambino o un ragazzo con bisogni complessi non dovrebbe ricominciare ogni anno da zero. La continuità didattica qui non è un lusso organizzativo: è parte del diritto allo studio. La crescita degli alunni con disabilità — circa il 6% degli iscritti nella primaria e nella secondaria di primo grado — rende ancora più urgente il tema della specializzazione e della stabilità dei docenti.
IL NUOVO CONTRATTO: FINALMENTE IL CICLO 2025-2027 È CHIUSO
Il 1° luglio 2026 è stato firmato definitivamente il CCNL Istruzione e Ricerca 2025-2027, relativo ai principali aspetti economici. È un passaggio importante anche perché arriva dopo la chiusura del contratto 2022-2024, sottoscritto il 23 dicembre 2025. Quel rinnovo aveva previsto incrementi medi mensili di circa 144 euro per i docenti e 105 euro per il personale ATA, oltre ad arretrati e una tantum. Il nuovo ciclo 2025-2027 punta a ridurre il ritardo cronico della contrattazione pubblica, e questo è già un risultato istituzionale: la scuola non può continuare a ricevere aumenti quando l’inflazione che li ha resi necessari è già passata.
SALARI: IL RICONOSCIMENTO CHE ANCORA MANCA
La questione economica, però, non si esaurisce con il rinnovo contrattuale. Insegnare significa preparare lezioni, correggere elaborati, seguire studenti, incontrare famiglie, formarsi, coordinarsi, assumersi responsabilità educative che raramente entrano completamente nel computo formale delle ore. Il personale ATA, allo stesso modo, regge una parte enorme della macchina scolastica con stipendi spesso modesti rispetto a responsabilità, carichi e complessità amministrative crescenti. La domanda è semplice: quanto vale per un Paese il lavoro di chi forma le generazioni successive? Se la risposta resta troppo distante dalla retorica con cui celebriamo la scuola, il problema non è soltanto salariale. È politico.
DOCENTI: NON SOLO INSEGNANTI, MA PRESIDI SOCIALI
La professione docente è cambiata molto più di quanto raccontino le vecchie rappresentazioni. Oggi un insegnante non deve soltanto conoscere la propria disciplina. Deve gestire classi eterogenee, bisogni educativi speciali, fragilità psicologiche, rapporti con le famiglie, tecnologie, inclusione, orientamento e problemi sociali che entrano ogni mattina dentro l’aula. In molte aree del Paese, soprattutto dove mancano servizi territoriali, la scuola diventa il primo luogo nel quale una difficoltà familiare o personale emerge. Il docente è spesso il primo adulto istituzionale che la intercetta. Chiedere alla scuola di assorbire ogni problema sociale senza dotarla di risorse, personale e servizi significa trasformarla in un presidio universale senza darle gli strumenti per esserlo.
ATA: IL LAVORO INVISIBILE CHE FA FUNZIONARE LA SCUOLA
Collaboratori scolastici, assistenti amministrativi e tecnici sono troppo spesso raccontati come cornice. In realtà sono struttura. Senza ATA non esistono apertura degli edifici, sicurezza quotidiana, segreterie, laboratori, gestione delle carriere scolastiche, supporto organizzativo e funzionamento amministrativo. Negli ultimi anni la digitalizzazione ha aumentato, non ridotto, la complessità di molti compiti. Ogni nuova piattaforma, procedura, adempimento e scadenza entra nelle segreterie. Il rischio è che l’innovazione tecnologica venga usata per aggiungere lavoro invece di semplificarlo. Digitalizzare non significa trasferire una montagna di burocrazia da un foglio a uno schermo.
DISPERSIONE: IL NUMERO CHE DOBBIAMO GUARDARE SENZA AUTOASSOLVERCI
La dispersione scolastica esplicita è diminuita. Nel 2025 la quota di giovani tra 18 e 24 anni usciti precocemente da istruzione e formazione è scesa all’8,2%, sotto il target europeo del 9% fissato per il 2030. È una buona notizia e va riconosciuta. Ma esiste un’altra forma di dispersione, più silenziosa: quella degli studenti che arrivano al diploma senza possedere competenze di base sufficienti. Nell’anno scolastico 2024/2025 la dispersione implicita riguardava l’8,7% degli studenti dell’ultimo anno delle superiori. In Campania arrivava al 17,6%, in Sardegna al 15,9%; negli istituti professionali raggiungeva il 22,8%. Questo significa che si può restare dentro la scuola e uscirne comunque senza gli strumenti necessari per affrontare pienamente lavoro e cittadinanza.
NORD E SUD: UNA SCUOLA, DUE VELOCITÀ
Il divario territoriale resta una delle grandi questioni irrisolte. Gli esiti scolastici, l’accesso ai servizi, il tempo pieno, gli asili nido, le infrastrutture e la dispersione variano profondamente tra territori. Il Rapporto SDGs 2026 conferma che su competenze di italiano e matematica persistono forti criticità e distanze rispetto ai livelli pre-pandemici. Qui la scuola incontra il limite di una verità scomoda: non può compensare da sola tutte le disuguaglianze sociali, ma senza una scuola forte quelle disuguaglianze diventano ancora più profonde. Il luogo nel quale un bambino nasce continua a condizionare troppo la qualità delle opportunità educative a sua disposizione.
POVERTÀ EDUCATIVA: IL PROBLEMA CHE COMINCIA PRIMA DEL VOTO
La povertà educativa non coincide con il rendimento scolastico. Istat la definisce come una condizione multidimensionale legata alla carenza di risorse culturali, relazionali e di opportunità. Nel 2024 il 35,6% dei bambini e ragazzi tra 3 e 19 anni non praticava sport; il 13,3% degli 11-19enni dichiarava di vivere in una zona priva di spazi verdi, parchi e giardini; il 9,5% si dichiarava poco o per nulla soddisfatto delle relazioni amicali. Sono dati che ci ricordano una cosa essenziale: uno studente non entra in classe lasciando fuori tutto il resto della propria vita. La scuola può fare moltissimo, ma se fuori dall’aula mancano opportunità, cultura, relazioni e sicurezza economica, il compito diventa immensamente più difficile.
DENATALITÀ: MENO STUDENTI NON DEVE SIGNIFICARE MENO SCUOLA
La diminuzione degli alunni rischia di produrre accorpamenti, riduzione di autonomie e chiusure di plessi. In alcuni casi saranno inevitabili. Ma nei piccoli comuni la scuola non è soltanto un edificio: è uno degli ultimi motivi per cui una famiglia giovane può scegliere di restare. Chiudere una scuola può accelerare lo spopolamento e trasformare una decisione amministrativa in una decisione demografica. Occorre quindi distinguere tra razionalizzazione e desertificazione. Una scuola con pochi alunni può costare di più per studente, ma può valere enormemente di più per il territorio.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA GRANDE DOMANDA È COME INSEGNARE A PENSARE
L’IA sta entrando nella scuola prima ancora che la scuola abbia deciso come governarla. Gli studenti possono già utilizzare sistemi capaci di scrivere testi, tradurre, sintetizzare, risolvere esercizi e generare contenuti. Vietarli completamente sarebbe probabilmente illusorio. Accettarli senza regole sarebbe irresponsabile. La vera sfida è cambiare il modo in cui misuriamo l’apprendimento. Se una macchina può produrre una risposta corretta in pochi secondi, la scuola deve dare ancora più valore alla capacità di comprendere, verificare, argomentare, creare e distinguere il vero dal plausibile. L’intelligenza artificiale non rende inutile il docente. Al contrario: rende ancora più necessario qualcuno che insegni a non confondere un’informazione con una conoscenza.
COMPETENZE DIGITALI: IL DIVARIO CHE NON POSSIAMO IGNORARE
Nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni possedeva competenze digitali almeno di base: un dato in crescita, ma ancora lontano dalla media europea. È qui che la scuola assume una responsabilità ulteriore. Non basta distribuire dispositivi. Bisogna costruire capacità critica, sicurezza digitale, uso consapevole dei dati, conoscenza delle fonti e competenze tecnologiche. Il vero digital divide del futuro non sarà tra chi possiede un computer e chi non lo possiede. Sarà tra chi sa governare la tecnologia e chi la subisce.
IL PNRR: EDIFICI E TECNOLOGIE NON BASTANO SENZA PERSONE
Il PNRR ha portato nella scuola investimenti enormi su edifici, laboratori, dispersione, digitalizzazione, ITS, nuove competenze e formazione. È un’occasione irripetibile. Ma la storia delle politiche pubbliche insegna che un’aula innovativa non produce automaticamente didattica innovativa. Un laboratorio senza personale formato resta una stanza costosa. Una piattaforma senza tempo per imparare a usarla diventa un adempimento. L’investimento più importante resta quello sulle persone.
SICUREZZA: LA SCUOLA È ANCHE UN LUOGO DI LAVORO
Edifici, evacuazioni, laboratori, movimentazione, stress, sovraccarico amministrativo, aggressioni e rischi psicosociali ricordano che la scuola non è soltanto luogo di apprendimento: è anche luogo di lavoro. Il riferimento generale resta il D.Lgs. 81/2008, con gli obblighi di valutazione dei rischi, prevenzione, formazione e organizzazione della sicurezza. Ma una scuola sicura richiede anche edifici adeguati, manutenzione, organici sufficienti e procedure realmente applicabili. Non basta un documento di valutazione dei rischi se la quotidianità costringe a lavorare in condizioni che quel documento non riesce a governare.
LE DONNE: LA SCUOLA È FEMMINILE, IL POTERE NON SEMPRE
Il personale scolastico è fortemente femminilizzato. Questo racconta una grande partecipazione delle donne all’istruzione, ma pone anche domande sulla valorizzazione economica delle professioni di cura e formazione. Esiste una regolarità sociale difficile da ignorare: più una professione viene associata alla cura, più rischia di essere considerata quasi una naturale estensione di qualità femminili e quindi meno valorizzata economicamente. La scuola dovrebbe essere il primo luogo nel quale questa logica viene spezzata. La parità non consiste nel contare quante donne insegnano. Consiste nel riconoscere pienamente il valore del loro lavoro e garantire pari opportunità nelle progressioni, nei ruoli dirigenziali e nelle carriere.
GIOVANI DOCENTI: ATTRARRE TALENTO PRIMA CHE SIA TROPPO TARDI
La scuola avrà bisogno di ricambio generazionale. Ma per convincere un giovane laureato a scegliere l’insegnamento non basta evocare la vocazione. Servono percorsi di accesso chiari, tempi ragionevoli, formazione iniziale seria, stabilità e retribuzioni capaci di rendere sostenibile la scelta. Un sistema che costringe un aspirante docente ad attraversare anni di supplenze, procedure e incertezza rischia di selezionare non i migliori, ma semplicemente chi può permettersi di aspettare. La vocazione non dovrebbe essere un modo elegante per chiedere sacrifici illimitati.
I PUNTI DI FORZA
La scuola italiana possiede una risorsa enorme: le persone che la tengono in piedi. Ha una tradizione didattica forte, una capacità di inclusione che molti sistemi ci riconoscono, un patrimonio di docenti esperti, una rete diffusa sul territorio e una funzione sociale insostituibile. La dispersione esplicita sta diminuendo e il 2025 ha portato l’Italia sotto il target europeo 2030. Gli investimenti su digitale e infrastrutture possono inoltre aprire una stagione di modernizzazione reale.
I PUNTI DI CADUTA
Precariato, salari ancora insufficienti rispetto alle responsabilità, burocrazia, divari territoriali, dispersione implicita, fragilità del sostegno, edilizia scolastica, classi difficili, denatalità e difficoltà di attrarre nuove professionalità costituiscono i principali rischi. A questi si aggiunge una tendenza politica trasversale e pericolosa: chiedere alla scuola di risolvere sempre più problemi sociali senza aumentare proporzionalmente risorse e competenze.
COSA SERVE ADESSO
Serve prima di tutto stabilità. Stabilità degli organici, dei contratti, delle assegnazioni e delle politiche educative. Serve investire sulla qualità del lavoro docente e ATA, rendere più semplice l’amministrazione, rafforzare il sostegno, utilizzare il calo demografico per migliorare la didattica, non soltanto per tagliare. Serve un piano nazionale permanente contro i divari territoriali e la povertà educativa. Servono orientamento, formazione digitale, psicologi e reti con servizi sociali e sanitari dove necessario. E serve soprattutto una decisione culturale: considerare la scuola non come una spesa corrente da contenere, ma come il principale investimento produttivo di lungo periodo di una nazione.
LA BUSSOLA DEL SETTORE
🟢 CENTRALITÀ SOCIALE — VERDE PIENO. Nessun altro settore ha un impatto così diretto sul capitale umano, sulla cittadinanza e sulla mobilità sociale.
🟡 OCCUPAZIONE — GIALLO TENDENTE AL VERDE. Il bisogno di personale rimarrà importante, ma denatalità, riorganizzazione territoriale e trasformazione delle competenze cambieranno profondamente la domanda.
🟠 PRECARIATO — ARANCIONE TENDENTE AL ROSSO. È uno dei problemi strutturali più persistenti e incide sia sui lavoratori sia sulla continuità didattica.
🟡 SALARI — GIALLO. I rinnovi contrattuali 2022-2024 e 2025-2027 hanno rimesso in movimento la contrattazione, ma il riconoscimento economico resta distante dalla responsabilità attribuita al lavoro scolastico.
🔴 CONTINUITÀ DEL SOSTEGNO — ROSSO. Cambi frequenti degli insegnanti e carenza di specializzazione rappresentano una criticità che tocca direttamente il diritto all’inclusione.
🟠 DIVARI TERRITORIALI — ARANCIONE. Gli esiti e le opportunità continuano a dipendere troppo dal luogo in cui si nasce e si studia.
🟢 DISPERSIONE ESPLICITA — VERDE TENDENTE AL GIALLO. L’8,2% raggiunto nel 2025 è un miglioramento importante e supera il target europeo 2030, ma non consente di abbassare la guardia.
🔴 DISPERSIONE IMPLICITA — ROSSO. L’8,7% nazionale e i livelli superiori al 15% in alcune regioni mostrano che il diploma non garantisce sempre competenze sufficienti.
🟢 DIGITALIZZAZIONE E IA — VERDE TENDENTE AL GIALLO. Opportunità enorme, purché l’innovazione sia accompagnata da formazione, metodo e pensiero critico.
🟡 DENATALITÀ — GIALLO. Meno studenti possono significare migliore qualità oppure tagli e desertificazione territoriale. Dipende dalle scelte che verranno fatte.
🚦 SEMAFORO COMPLESSIVO: GIALLO
La scuola italiana non è un sistema fallito. Sarebbe falso e ingeneroso sostenerlo. Produce ogni giorno inclusione, competenze, relazioni, mobilità sociale e tiene insieme territori fragili. Ma è sottoposta a una pressione enorme: precariato, divari territoriali, salari, burocrazia, denatalità, fragilità educative e rivoluzione digitale.
Il giallo significa che la scuola possiede ancora tutte le energie per avanzare, ma non può continuare a farlo soltanto grazie alla buona volontà di chi ci lavora.
IL PAESE CHE ENTRA OGNI MATTINA IN CLASSE
Antonio Naddeo, presidente dell’ARAN, nel commentare la rapidissima chiusura dell’ipotesi 2025-2027 ha sottolineato la volontà di garantire continuità e tempestività alla contrattazione pubblica. È un passo importante, perché la scuola ha bisogno di una cosa apparentemente semplice e rarissima: non vivere sempre in ritardo.
Ma un contratto non basta.
Una scuola è il luogo nel quale un bambino scopre per la prima volta di essere bravo in qualcosa. È il posto nel quale un adolescente può incontrare un adulto che vede una possibilità dove lui vede soltanto un limite. È la stanza nella quale una famiglia fragile può trovare ascolto, una lingua nuova può diventare cittadinanza, una disabilità può trovare strumenti invece che ostacoli.
E allora c’è una domanda che viene prima di tutte le altre.
Quanto siamo disposti a investire sul luogo nel quale trascorrono una parte decisiva della loro vita coloro che un giorno dovranno curarci, governarci, costruire imprese, inventare tecnologie, insegnare ad altri bambini?
La risposta non sta in un convegno sulla scuola.
Sta nella scuola vera: nel numero di docenti che cambiano ogni anno, nello stipendio di un collaboratore scolastico, nella biblioteca aperta o chiusa, nel sostegno che arriva a settembre oppure a novembre, nella distanza tra una scuola di Milano e una scuola di un quartiere fragile del Sud.
La scuola è il luogo nel quale il futuro non viene previsto.
Viene costruito.
E se risparmiamo oggi su ciò che avviene dentro quelle aule, il conto arriverà comunque.
Soltanto che a pagarlo sarà un Paese intero.
Riferimenti essenziali: ARAN, CCNL Comparto Istruzione e Ricerca 2022-2024 e 2025-2027; ISTAT, Rapporto Annuale 2025 e 2026; ISTAT, Rapporto SDGs 2026; ISTAT, lavori sulla povertà educativa; dati INVALSI 2025 sulla dispersione implicita; D.Lgs. 81/2008; normativa scolastica vigente in materia di inclusione e diritto allo studio.

