Ex Ilva, il Paese dove bisogna ancora scegliere tra il pane e il respiro
La Corte d’Appello di Milano conferma lo stop dell’area a caldo di Taranto entro il 28 ottobre. Ripartono le procedure per 2.500 licenziamenti nell’indotto. Ma dietro l’ennesima emergenza c’è una domanda che l’Italia rimanda da troppo tempo: perché lavoro e salute devono continuare a essere trattati come diritti nemici?
A Taranto ci sono parole che da decenni non riescono più a stare separate: acciaio, lavoro, malattia, fabbrica, famiglia, ambiente. E adesso se ne aggiunge un’altra: spegnimento. La Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospendere il provvedimento che impone il fermo dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre. Nelle motivazioni i giudici hanno fissato un principio netto: quando entrano in conflitto l’esercizio dell’attività d’impresa e il diritto dei cittadini alla salute, deve prevalere quest’ultimo. La decisione ha prodotto quasi immediatamente un’altra scossa: l’Aigi, che rappresenta imprese dell’indotto, ha annunciato la ripresa delle procedure di licenziamento collettivo che riguardano circa 2.500 lavoratori. Martedì 15 settembre governo e parti sociali torneranno al tavolo.
Una sentenza che arriva dopo decenni
Sarebbe facile trasformare questa storia nell’ennesimo derby italiano: ambientalisti contro operai, magistrati contro industria, salute contro lavoro, Taranto contro Roma. Sarebbe anche profondamente sbagliato. Perché la domanda vera non è se sia più importante respirare o lavorare. La domanda è come sia stato possibile arrivare al 2026 costringendo ancora migliaia di persone a percepire questi due diritti come se uno dovesse necessariamente essere sacrificato all’altro. La stessa Corte osserva che il problema non è comparso improvvisamente: intorno allo stabilimento e alla necessità di conciliare salute e occupazione si discute da anni. È forse questo il passaggio politicamente più pesante dell’intera vicenda. L’emergenza di oggi ha una storia molto lunga.
Perché una fabbrica non è soltanto una fabbrica. È la sveglia alle cinque del mattino, la rata del mutuo, i libri scolastici dei figli, il supermercato che vive degli stipendi degli operai, l’officina dell’indotto, il bar davanti ai cancelli. Quando si parla di fermare un impianto gigantesco come quello di Taranto non si spegne semplicemente una macchina: si interviene sull’equilibrio economico e sociale di un territorio. E quando si parla di salute, allo stesso modo, non si discute di una variabile da inserire in fondo a un bilancio industriale. Si parla del corpo delle persone, dell’aria che respirano, della paura che accompagna una diagnosi, del diritto elementare di crescere i propri figli senza domandarsi quale prezzo invisibile stiano pagando.
Quei 2.500 nomi che chiamiamo “esuberi”
Ci abituiamo troppo facilmente ai numeri. Duemilacinquecento licenziamenti. Scritti così occupano una riga. Nella vita reale sono 2.500 famiglie nelle quali qualcuno, tornando a casa, dovrà spiegare che il futuro è diventato improvvisamente più stretto. Sono lavoratori dell’indotto sui quali la conseguenza della decisione giudiziaria si è abbattuta quasi immediatamente. E attorno allo stabilimento la dimensione complessiva è ancora maggiore: secondo i dati riportati in queste ore, Acciaierie d’Italia conta 9.702 addetti, 7.920 dei quali a Taranto, ai quali si aggiungono migliaia di lavoratori dell’indotto.
Ma sarebbe altrettanto ingiusto utilizzare quei lavoratori come argomento contro il diritto alla salute. È una trappola nella quale Taranto è stata rinchiusa troppo a lungo: se chiedi un ambiente più sicuro sembri mettere a rischio il lavoro; se difendi la fabbrica sembri accettare qualunque conseguenza ambientale. In mezzo, come sempre, restano le persone. Gli operai respirano la stessa aria degli altri cittadini. I loro figli vivono nella stessa città. Non esistono due Taranto, quella che lavora e quella che respira. È la stessa Taranto.
Il fallimento è essere arrivati fin qui
La responsabilità politica più grande non consiste nell’ultima decisione presa, dall’ultimo governo, dall’ultimo ministro o dall’ultimo tribunale. Sarebbe troppo comodo ridurre una vicenda lunga decenni alla ricerca del colpevole della settimana. Il fallimento è collettivo e attraversa stagioni politiche, governi, proprietà industriali, commissariamenti, promesse e piani annunciati come definitivi. È aver consentito che il tempo divorasse le alternative fino a lasciare sul tavolo soltanto soluzioni traumatiche.
Perché la transizione industriale costa. Bonificare costa. Cambiare tecnologie costa. Proteggere l’occupazione durante una trasformazione industriale costa moltissimo. Ma anche non farlo costa. Soltanto che quel conto viene pagato diversamente: attraverso la cassa integrazione, i licenziamenti, la perdita di produzione, il degrado ambientale, l’incertezza delle famiglie e una comunità che smette di credere alle promesse.
Adesso il governo dovrà affrontare un passaggio nel quale le formule non basteranno. Fim, Fiom e Uilm chiedono misure straordinarie e avvertono che non accetteranno una soluzione fondata semplicemente su anni di cassa integrazione e licenziamenti. La Corte, nelle sue motivazioni, indica persino una possibile direzione: parte delle maestranze potrebbe essere utilizzata nella sostituzione degli impianti, sfruttando competenze tecniche già esistenti e cercando così di garantire continuità lavorativa. Non è ancora un piano industriale, naturalmente. Ma contiene un principio decisivo: la transizione non dovrebbe essere fatta contro i lavoratori, bensì insieme a loro.
Taranto riguarda tutti noi
C’è infine una ragione per cui l’ex Ilva non è una questione soltanto tarantina. L’acciaio è materia strategica: entra nelle infrastrutture, nelle automobili, nella meccanica, nelle costruzioni, nell’industria. Rinunciare a produrlo o dipendere sempre più dall’estero non è una scelta priva di conseguenze. Ma proprio per questo una grande nazione industriale dovrebbe essere capace di fare ciò che finora non è riuscita a fare: produrre senza considerare sacrificabile il territorio nel quale produce.
Il punto non può più essere scegliere quale diritto mutilare. Bisogna decidere quanto siamo disposti a investire perché quei diritti possano finalmente convivere. E qui la questione diventa persino più grande dell’Ilva. Riguarda il modello di sviluppo che immaginiamo per l’Italia dei prossimi vent’anni: se la transizione ecologica significherà soltanto chiusure e disoccupazione, perderà consenso sociale; se la difesa dell’occupazione significherà conservare indefinitamente tecnologie e impianti incompatibili con la tutela della salute, perderà qualsiasi legittimità.
Martedì 15 settembre attorno al tavolo torneranno ministri, sindacati, imprese e istituzioni. Si parlerà di altoforni, cassa integrazione, investitori, bonifiche, produzione, tempi e denaro. È inevitabile. Ma sarebbe bene lasciare simbolicamente due sedie vuote: una per il lavoratore che teme di perdere lo stipendio e una per il cittadino che teme ciò che respira. Sono loro i due convitati che per troppi anni abbiamo messo uno contro l’altro.
La sentenza di Milano stabilisce che, davanti a un conflitto insanabile, la salute deve prevalere. Ma alla politica spetta qualcosa di ancora più difficile di una sentenza: fare in modo che quel conflitto non diventi inevitabile. Perché il vero scandalo dell’ex Ilva non è che oggi qualcuno debba decidere se spegnere un altoforno. È che dopo decenni siamo ancora qui a raccontare a un operaio che per avere il pane potrebbe dover rinunciare al respiro, e a un cittadino che per avere il respiro qualcun altro potrebbe dover rinunciare al pane.
Un Paese civile non dovrebbe scegliere tra i due. Dovrebbe avere avuto il coraggio, il tempo e l’intelligenza di garantirli entrambi.


