SETTORE DEL COMMERCIO

Il grande motore quotidiano dell’Italia tra consumi fragili, e-commerce, salari, turni, piccoli negozi e nuove professionalità: un settore che cambia pelle senza poter perdere le persone

Il commercio è uno di quei mondi che rischiamo di vedere senza guardarlo davvero. È la serranda che si alza prima che una città cominci a vivere, la cassiera del supermercato, il commesso del centro commerciale, il piccolo negoziante che conosce per nome i clienti, il magazziniere dietro ciò che acquistiamo, il responsabile di reparto, l’addetto e-commerce che lavora dietro uno schermo, il venditore specializzato, la grande distribuzione, la bottega che resiste in un paese dove le luci si stanno spegnendo. Dentro la parola “commercio” convivono ormai economie quasi opposte: negozi fisici ed e-commerce, microimprese e multinazionali, lavoro autonomo e milioni di dipendenti. Per questo raccontarne il futuro significa raccontare molto più delle vendite: significa capire come cambiano le città, i consumi, il lavoro e perfino il nostro modo di stare insieme.

UN SETTORE ENORME CHE NON È PIÙ QUELLO DI IERI

Il commercio italiano non sta scomparendo: sta cambiando forma. Ed è proprio questa distinzione a essere decisiva. Il 2025 si era chiuso con vendite al dettaglio cresciute dello 0,8% in valore ma diminuite dello 0,6% in volume: un segnale che raccontava bene la distanza tra ciò che passava dalle casse e la quantità effettivamente acquistata. Nel 2026 il quadro è migliorato, ma resta irregolare. A giugno le vendite sono diminuite dello 0,1% rispetto a maggio, mentre rispetto a giugno 2025 sono cresciute del 3,1% in valore e dell’1,9% in volume. Dietro il dato complessivo, però, corre una rivoluzione: nello stesso confronto annuale il commercio elettronico è cresciuto del 26,7% in valore e del 28% in volume. È qui che si trova la prima verità del settore: non stiamo assistendo alla morte del commercio, ma allo spostamento del luogo nel quale il commercio avviene.

IL NEGOZIO FISICO NON È MORTO. MA NON PUÒ PIÙ ESSERE SOLTANTO UN NEGOZIO

Per anni abbiamo immaginato una guerra semplice: da una parte il negozio, dall’altra Internet. La realtà è diventata molto più interessante. Il consumatore guarda online e compra in negozio; prova in negozio e ordina online; confronta prezzi mentre si trova davanti allo scaffale; ritira fisicamente ciò che ha acquistato digitalmente; pretende disponibilità immediata, assistenza, resi semplici e consegne veloci. Il futuro appartiene probabilmente meno alla contrapposizione tra fisico e digitale e più alla loro integrazione. Per la grande distribuzione è una trasformazione costosa ma possibile. Per il piccolo commercio può diventare una montagna. Un negozio indipendente non dispone della tecnologia, della logistica e della capacità finanziaria di una piattaforma globale. Eppure possiede qualcosa che l’algoritmo fatica a replicare: relazione, competenza, territorio, fiducia. Il problema è trasformare questi valori in vantaggio competitivo prima che diventino soltanto nostalgia.

L’OCCUPAZIONE: UNA PORTA D’INGRESSO CHE DEVE DIVENTARE UNA STRADA

Il commercio resta uno dei grandi bacini occupazionali italiani e rappresenta per moltissimi giovani il primo ingresso nel mondo del lavoro. Nel 2024 l’occupazione italiana era cresciuta soprattutto nei servizi: nel comparto aggregato commercio, alberghi e ristorazione l’aumento era stato di 159 mila occupati, +3,4% sull’anno precedente. Ma quantità e qualità non sono la stessa cosa. Nel settore convivono rapporti stabili e lavori temporanei, full time e part time, carriere professionali e occupazioni considerate provvisorie. È proprio qui che si gioca una delle battaglie decisive: il commercio può continuare a essere una grande porta d’ingresso nel mercato del lavoro, ma deve diventare più spesso una strada sulla quale valga la pena rimanere.

IL PARADOSSO: C’È LAVORO, MA NON SEMPRE SI TROVANO I LAVORATORI

Anche commercio e turismo vivono il paradosso del mismatch. Secondo dati Excelsior richiamati da Unioncamere, la difficoltà media di reperimento delle figure ricercate in commercio e turismo si colloca intorno al 45%. Non basta dunque dire che “manca il lavoro”, ma sarebbe altrettanto superficiale rispondere che “i giovani non vogliono lavorare”. Bisogna chiedersi quale lavoro viene offerto: con quale salario, quali orari, quale distanza da casa, quali possibilità di crescita e quale compatibilità con una vita personale. Se un posto rimane scoperto per mesi, il problema può essere la formazione; ma può essere anche la qualità dell’offerta. Il mismatch non è sempre una colpa del lavoratore. A volte è il mercato che deve imparare a rendersi desiderabile.

IL CONTRATTO: QUASI TRE MILIONI DI PERSONE DIETRO UNA FIRMA

Il CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi sottoscritto da Confcommercio con Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil è uno dei contratti collettivi più importanti del Paese. L’accordo del 22 marzo 2024 ha vigenza fino al 31 marzo 2027 e interessa una platea nell’ordine dei tre milioni di lavoratrici e lavoratori. Al IV livello l’incremento a regime è di 240 euro mensili, comprensivo dei 30 euro già riconosciuti dall’accordo precedente: dopo le tranche del 2024 e 2025, sono previsti ulteriori 35 euro da novembre 2026 e 40 euro da febbraio 2027. È stata inoltre prevista un’una tantum complessiva di 350 euro, già distribuita nel 2024 e 2025. Il rinnovo non riguarda soltanto la busta paga: ha aggiornato classificazioni professionali, contratti a termine, part time e bilateralità e ha introdotto o riconosciuto figure legate alla trasformazione digitale, tra cui professionalità connesse all’e-commerce. È importante perché un contratto moderno non può limitarsi a fotografare mestieri che esistevano vent’anni fa: deve riconoscere il lavoro mentre cambia.

SALARI: L’AUMENTO CONTRATTUALE NON CHIUDE LA QUESTIONE

Duecentoquaranta euro a regime costituiscono un risultato contrattuale significativo, soprattutto dopo gli anni di inflazione che hanno eroso il potere d’acquisto. Ma il tema non può essere liquidato con una cifra. Nel commercio incidono moltissimo livello di inquadramento, part time, ore effettivamente lavorate, maggiorazioni, domeniche, festivi e continuità occupazionale. Una retribuzione oraria formalmente corretta può tradursi in un reddito mensile insufficiente quando le ore sono poche. È il punto nel quale il dibattito sul salario incontra quello sul tempo di lavoro garantito. La dignità economica non dipende soltanto da quanto vale un’ora: dipende anche da quante ore vengono realmente offerte.

PART TIME: STRUMENTO UTILE O TRAPPOLA?

Nel commercio il part time può rispondere a esigenze reali dell’impresa e del lavoratore. Ma esiste una linea sottile oltre la quale la flessibilità diventa precarietà del reddito e della vita. Turni comunicati con poco anticipo, variazioni continue, clausole elastiche, aperture domenicali e festive possono trasformare un contratto apparentemente stabile in una quotidianità difficilmente programmabile. Il rinnovo del CCNL ha innalzato l’indennità relativa alle clausole elastiche proprio nel tentativo di dare maggiore riconoscimento al lavoro disagiato. La questione rimane però più ampia: il tempo del lavoratore ha un valore anche quando non è ancora diventato orario di lavoro. Sapere quando si lavorerà significa poter organizzare figli, famiglia, studio, riposo e semplicemente la propria esistenza.

DOMENICHE E FESTIVI: QUANDO IL CONSUMO INCONTRA LA VITA

Pochi settori mostrano come il commercio il conflitto tra comodità del consumatore e qualità della vita di chi lavora. Vogliamo acquistare la domenica, la sera, nei festivi, durante le feste. Dietro quella disponibilità esiste però una persona. Non significa immaginare un impossibile ritorno a città chiuse dopo le diciannove. Significa riconoscere che aperture sempre più estese richiedono organici adeguati, turnazioni eque, riposi reali e maggiorazioni capaci di compensare il disagio. La libertà di acquistare non può diventare invisibilità di chi rende possibile quell’acquisto.

DONNE: UNA PRESENZA CENTRALE, UNA VULNERABILITÀ ANCORA FORTE

Il commercio è uno dei mondi nei quali il lavoro femminile è più visibile. E proprio per questo mostra con particolare chiarezza alcuni problemi strutturali del mercato del lavoro italiano: part time, conciliazione, carichi familiari e progressione professionale. Nel complesso dell’economia italiana, nel 2024 il part time riguardava il 30% delle donne occupate contro il 7,5% degli uomini, mentre quasi un quarto delle lavoratrici presentava almeno una vulnerabilità legata a tempo determinato o part time involontario. Non sono dati specifici del solo commercio, ma aiutano a leggere un settore nel quale organizzazione degli orari e lavoro femminile si incrociano quotidianamente. La parità non consiste soltanto nell’avere molte donne dietro le casse o nei punti vendita. Consiste nel trovarle anche nei ruoli decisionali, nelle carriere e nei livelli retributivi più alti.

SICUREZZA: IL RISCHIO CHE NON FA RUMORE

Quando pensiamo agli infortuni sul lavoro immaginiamo cantieri e fabbriche. Il commercio appare meno pericoloso. È un’illusione. Movimentazione manuale dei carichi, posture prolungate, movimenti ripetitivi, cadute, magazzini, utilizzo di attrezzature, stress e organizzazione del lavoro producono rischi reali. L’INAIL ha registrato nel 2024 5.986 denunce di malattie professionali nel settore del commercio all’ingrosso e al dettaglio e della riparazione di autoveicoli e motocicli: +24% rispetto al 2023 e più del doppio rispetto al 2020. Nel commercio al dettaglio le denunce sono state 2.971 e la componente femminile rappresentava il 56% delle tecnopatie denunciate. Il riferimento normativo resta il D.Lgs. 81/2008: valutazione di tutti i rischi, prevenzione, formazione, sorveglianza sanitaria quando prevista e organizzazione sicura del lavoro. Ma anche qui la legge è il pavimento, non il soffitto. Una cassiera che ripete migliaia di movimenti, un magazziniere che solleva carichi, una commessa che trascorre ore in piedi non devono diventare lavoratori invisibili soltanto perché non operano davanti a un altoforno.

IL PICCOLO COMMERCIO: QUANDO CHIUDE UN NEGOZIO NON SCOMPARE SOLO UN’IMPRESA

La questione merita uno spazio tutto suo. Il piccolo commerciante combatte contemporaneamente contro costi energetici, affitti, fiscalità, concorrenza della grande distribuzione, piattaforme digitali, cambiamento delle abitudini e riduzione della popolazione in molti territori. Non tutte le attività possono essere salvate e non sarebbe serio prometterlo. Ma esiste una differenza tra accompagnare una trasformazione e assistere passivamente alla desertificazione commerciale. Quando in un piccolo centro chiudono alimentari, edicola, ferramenta, abbigliamento e servizi, non cambia soltanto l’economia. Cambia il paese. Diminuiscono incontri, sicurezza percepita, servizi di prossimità e persino le occasioni per una persona anziana di avere un contatto umano quotidiano. La politica commerciale è anche politica urbana e sociale.

GRANDE DISTRIBUZIONE: EFFICIENZA, POTERE E RESPONSABILITÀ

La grande distribuzione garantisce ampiezza dell’offerta, organizzazione logistica, economie di scala e occupazione significativa. Ma proprio la sua forza attribuisce una responsabilità altrettanto grande: nei confronti dei lavoratori, dei fornitori e delle filiere. Quando il potere contrattuale è fortemente sbilanciato, il rischio è che una parte della pressione sui prezzi venga scaricata a monte sui produttori o a valle sul lavoro. La competizione sul prezzo non può trasformarsi in una gara permanente a comprimere il valore di chi produce, trasporta, sistema gli scaffali e vende.

E-COMMERCE: IL NEGOZIO NON SCOMPARE, DIVENTA INVISIBILE

Un clic non elimina il lavoro. Lo sposta. Dietro un ordine online ci sono piattaforme informatiche, marketing, magazzini, picking, packaging, assistenza clienti, logistica, trasporto e resi. La crescita dell’online del 2026 è impressionante: a giugno +26,7% in valore e +28% in volume rispetto a un anno prima. Questo significa nuove opportunità occupazionali ma anche nuove domande sindacali. Chi controlla i ritmi? Quanto pesa l’algoritmo nell’organizzazione? Come vengono misurate le prestazioni? Quali professionalità vengono riconosciute? Il commercio digitale non è commercio senza lavoratori: è commercio nel quale spesso il lavoratore è nascosto dietro l’interfaccia.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL COMMESSO NON È DESTINATO A SCOMPARIRE

Casse automatiche, previsione della domanda, gestione delle scorte, prezzi dinamici, chatbot, raccomandazioni personalizzate e sistemi antifrode sono già parte del nuovo commercio. L’intelligenza artificiale accelererà questo processo. Alcune attività ripetitive diminuiranno. Ma vendere non significa soltanto registrare una transazione. Nei settori nei quali contano consulenza, fiducia, esperienza e relazione, la componente umana può diventare addirittura più preziosa proprio perché la parte standard viene automatizzata. Il lavoratore del commercio del futuro dovrà conoscere prodotto e cliente, ma anche strumenti digitali, sistemi gestionali, vendita omnicanale e dati. La domanda fondamentale sarà ancora una volta distributiva: se la tecnologia aumenta la produttività, quanto di quel valore tornerà alle persone che lavorano?

I CONTRATTI PIRATA: LA CONCORRENZA FATTA SULLA PELLE DEL LAVORATORE

C’è poi una questione che nel terziario assume dimensioni particolarmente delicate: il dumping contrattuale. Un’analisi pubblicata da Confcommercio nel 2025, basata sull’archivio CNEL, rilevava oltre 250 contratti nei settori terziario e turismo e più di 200 cosiddetti contratti pirata, applicati a circa 160 mila dipendenti e oltre 21 mila aziende. Il problema non è il pluralismo contrattuale in sé. Il problema nasce quando un contratto viene utilizzato essenzialmente per ridurre salario, maggiorazioni, ferie, permessi o altri istituti rispetto ai contratti sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Quella non è sana concorrenza. È competere diminuendo il prezzo del lavoro.

I PUNTI DI FORZA

Il commercio possiede una straordinaria capacità di adattamento. È capillare, intercetta rapidamente i cambiamenti sociali, offre una grande varietà di professionalità, costituisce una porta d’ingresso occupazionale e può integrare fisico e digitale. A maggio 2026 anche la fiducia delle imprese del commercio al dettaglio era leggermente migliorata, da 100,8 a 101,0. Inoltre il settore dispone di un patrimonio che nessuna piattaforma può acquistare facilmente: prossimità, conoscenza del territorio e relazione personale.

I PUNTI DI CADUTA

La debolezza dei consumi resta un rischio strutturale: se le famiglie perdono potere d’acquisto, il commercio è tra i primi luoghi nei quali quella perdita diventa visibile. Poi vengono la fragilità del piccolo esercizio, l’eccessiva frammentazione, il part time involontario, la difficoltà di conciliazione, il lavoro domenicale e festivo, la pressione competitiva dell’online, la desertificazione dei centri urbani minori e il dumping contrattuale. A tutto questo si aggiunge una trasformazione tecnologica che può diventare opportunità oppure produrre una nuova divisione tra imprese capaci di innovare e attività condannate a inseguire.

GIOVANI: NON UN LAVORO “IN ATTESA DI ALTRO”

Per molti ragazzi il commercio rappresenta il primo contratto, la prima busta paga, la prima esperienza con colleghi, responsabilità e orari. Troppo spesso, però, viene percepito come lavoro transitorio. La sfida è trasformare questa percezione. Visual merchandising, gestione del punto vendita, e-commerce, category management, marketing digitale, logistica, data analysis, customer experience: dietro il commercio moderno esistono professioni complesse. Se costruiamo formazione e percorsi di carriera, il settore può diventare un luogo nel quale entrare giovani senza essere costretti a sognare immediatamente di uscirne.

COSA SERVE ADESSO

Serve innanzitutto potere d’acquisto, perché senza consumatori economicamente forti non esiste commercio forte. Servono poi politiche urbane che contrastino la desertificazione, sostegno alla digitalizzazione delle piccole imprese, formazione, accesso al credito, legalità contrattuale e una politica degli orari che tenga insieme esigenze dell’impresa e vita delle persone. Occorre accompagnare le microimprese verso l’omnicanalità invece di lasciarle sole davanti alle piattaforme globali. E serve una contrattazione che continui a occuparsi non soltanto del salario, ma di tempo, organizzazione, professionalità e trasformazione tecnologica.

LA BUSSOLA DEL SETTORE

🟢 OCCUPAZIONE — VERDE TENDENTE AL GIALLO. Il commercio resta un enorme bacino di lavoro e i servizi hanno contribuito significativamente alla crescita occupazionale degli ultimi anni. Ma quantità e qualità dell’occupazione devono procedere insieme.

🟡 SALARI — GIALLO. Il rinnovo del CCNL ha prodotto aumenti significativi e altre tranche arriveranno tra novembre 2026 e febbraio 2027. Ma part time, monte ore e potere d’acquisto impediscono di considerare chiusa la questione salariale.

🟠 QUALITÀ DEL TEMPO DI LAVORO — ARANCIONE. Turni, domeniche, festività, clausole elastiche e programmabilità della vita rimangono uno dei punti più delicati del settore.

🟡 SICUREZZA E SALUTE — GIALLO. Non è un settore tradizionalmente percepito come ad alto rischio, ma la crescita delle denunce di malattie professionali impone molta più attenzione.

🟢 INNOVAZIONE ED E-COMMERCE — VERDE. La crescita digitale apre un mercato enorme e crea nuove professionalità. Il rischio è lasciare indietro una parte del piccolo commercio.

🔴 PICCOLO COMMERCIO E DESERTIFICAZIONE — ROSSO. Qui la vulnerabilità è profonda. Dove scompare il commercio di prossimità non perdiamo soltanto fatturato: perdiamo pezzi di comunità.

🟠 DUMPING CONTRATTUALE — ARANCIONE TENDENTE AL ROSSO. La proliferazione di contratti sottorappresentativi può trasformare il costo del lavoro nel terreno sul quale viene giocata una concorrenza al ribasso.

🟢 PROSPETTIVE PROFESSIONALI — VERDE. Digitalizzazione, omnicanalità, logistica, gestione dei dati e nuove forme di relazione con il cliente possono creare professionalità molto più qualificate rispetto allo stereotipo tradizionale del settore.

🚦 SEMAFORO COMPLESSIVO: GIALLO

Il commercio italiano non è un settore morente. Sarebbe una lettura sbagliata. È un settore sotto trasformazione violentissima. Le vendite tengono e in alcune componenti crescono; l’e-commerce corre; il lavoro continua a esserci; emergono nuove professioni. Ma contemporaneamente il piccolo commercio soffre, il lavoro povero e il part time possono mordere, il tempo di vita è sotto pressione e la competizione digitale rischia di creare vincitori enormi e perdenti invisibili.

Il giallo significa dunque una cosa precisa: il futuro c’è, ma dobbiamo decidere quale commercio vogliamo portare dentro quel futuro.

QUANDO SI SPEGNE UNA VETRINA

Donatella Prampolini, commentando il rinnovo del CCNL, sottolineò che l’accordo avrebbe dovuto assicurare condizioni di stabilità al settore fino al 2027. È una parola importante: stabilità. Perché il commercio vive esattamente dell’opposto. Cambiano continuamente prodotti, consumatori, tecnologie, prezzi, orari, quartieri. E proprio per questo chi lavora dentro quel cambiamento ha bisogno di alcuni punti fermi.

Un negozio non è soltanto il luogo dove una merce cambia proprietario. È una luce accesa in una strada, un salario che entra in una famiglia, un ragazzo al suo primo lavoro, una donna che prova a conciliare turno e figli, un imprenditore che rischia i propri risparmi, una persona anziana che entra magari senza avere davvero bisogno di comprare qualcosa.

Il digitale continuerà a crescere. È inevitabile ed è anche un’opportunità. Le casse diventeranno più automatiche. Gli algoritmi sapranno prima di noi cosa probabilmente vorremo comprare. Le merci viaggeranno più velocemente.

Ma c’è una cosa che nessuna statistica sulle vendite misura.

Quando l’ultima vetrina di una strada si spegne, quella strada diventa un poco più buia anche per chi non doveva comprare niente.

È per questo che il futuro del commercio non riguarda soltanto commercianti e lavoratori.

Riguarda il tipo di Paese nel quale vogliamo continuare a vivere.

Riferimenti essenziali: ISTAT, Commercio al dettaglio – giugno 2026; ISTAT, Rapporto annuale 2025; Unioncamere-Sistema Informativo Excelsior; CCNL Terziario, Distribuzione e Servizi Confcommercio, accordo di rinnovo 22 marzo 2024; INAIL, Malattie professionali nel commercio, settembre 2025; D.Lgs. 81/2008; documentazione CNEL sulla contrattazione collettiva; analisi sulla rappresentatività e sul dumping contrattuale nel terziario.

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