L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro
Non dice fondata sul denaro. Non dice sull’impresa, sul mercato, sulla proprietà o sulla ricchezza. La prima parola con cui la Costituzione decide di raccontare la Repubblica, dopo la democrazia, è lavoro.
Non significa semplicemente che tutti debbano avere un mestiere. Il significato è molto più profondo. I Costituenti affidano al lavoro un valore sociale e democratico: attraverso il lavoro la persona partecipa alla vita della comunità, conquista autonomia, contribuisce alla società e costruisce una parte della propria dignità.
Per questo il lavoro, nella Costituzione, non è considerato soltanto una merce che qualcuno compra e qualcun altro vende. Attorno ad esso vengono costruiti diritti, tutele e limiti: retribuzione proporzionata e sufficiente, riposo, ferie, sicurezza, libertà sindacale, protezione della maternità, previdenza.
E c’è una conseguenza che spesso dimentichiamo. Se la Repubblica è fondata sul lavoro, non può essere indifferente alla qualità del lavoro. Un’occupazione che umilia, impoverisce pur lavorando, espone inutilmente al pericolo o priva la persona di ogni possibilità di progettare la propria esistenza pone una questione che non riguarda soltanto quel lavoratore. Riguarda il modello di società che abbiamo scelto.
Forse è questa la forza ancora attuale di quelle poche parole scritte all’inizio della Costituzione.
Il lavoro serve certamente per vivere. Ma per la nostra Costituzione serve anche a costruire cittadinanza, libertà e dignità. Ed è per questo che un lavoro senza dignità non è mai soltanto un problema di chi lo svolge.


