NASpI: LA GUIDA COMPLETA ALL’INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE
Chi ne ha diritto, quanto spetta, quanto dura, come si calcola, quando diminuisce e cosa bisogna fare per non perdere la prestazione.
Perdere il lavoro significa perdere improvvisamente quella continuità economica sulla quale si reggono famiglia, casa e vita quotidiana. La NASpI nasce proprio dentro questo vuoto: non sostituisce il lavoro e non restituisce integralmente lo stipendio perduto, ma garantisce una tutela economica temporanea a chi perde involontariamente un’occupazione subordinata. La NASpI — Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego — è disciplinata principalmente dal decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22 ed è stata successivamente modificata. Le domande che interessano davvero il lavoratore sono però molto concrete: mi spetta? Quanto prenderò? Per quanti mesi? Quando devo presentare la domanda? Cosa succede se trovo un altro lavoro? E cosa cambia se prima dell’ultimo rapporto mi ero dimesso?
COS’È LA NASpI
La NASpI è un’indennità mensile di disoccupazione riconosciuta, quando ricorrono i requisiti previsti dalla legge, ai lavoratori subordinati che abbiano perduto involontariamente l’occupazione. La parola decisiva è involontariamente: non basta essere senza lavoro, ma deve essersi verificata una cessazione che consenta l’accesso alla tutela e devono essere soddisfatti i requisiti contributivi. Dal 1° gennaio 2025 è inoltre operativo un ulteriore requisito in alcune situazioni nelle quali, prima della perdita involontaria dell’ultimo lavoro, il lavoratore aveva volontariamente lasciato un precedente rapporto a tempo indeterminato.
A CHI SPETTA
La NASpI riguarda i lavoratori subordinati assicurati contro la disoccupazione involontaria, comprese le categorie ammesse dalla normativa. Non tutte le forme di lavoro e soprattutto non tutte le modalità di cessazione danno automaticamente diritto alla prestazione. La domanda corretta non è quindi soltanto «sono rimasto senza lavoro?», ma «la cessazione del mio rapporto rientra tra quelle tutelate dalla NASpI?»
LA DISOCCUPAZIONE DEVE ESSERE INVOLONTARIA
Il caso più evidente è il licenziamento. Esistono però situazioni nelle quali il rapporto termina formalmente per iniziativa del lavoratore ma può comunque essere riconosciuto il diritto alla NASpI. Tra queste, quando ne ricorrono i presupposti, vi sono le dimissioni per giusta causa, le dimissioni intervenute durante il periodo tutelato di maternità e paternità e determinate ipotesi di risoluzione consensuale previste dalla legge. La regola generale resta semplice: le normali dimissioni volontarie non danno diritto alla NASpI; la perdita involontaria dell’occupazione e le specifiche cessazioni equiparate possono invece consentirne l’accesso.
ASSENZE INGIUSTIFICATE: ATTENZIONE ALLE “DIMISSIONI PER FATTI CONCLUDENTI”
Dal 2025 questo punto è particolarmente delicato. La legge n. 203/2024 ha introdotto una disciplina che può determinare la risoluzione del rapporto per volontà del lavoratore quando l’assenza ingiustificata si protrae oltre il termine previsto dal CCNL applicato o, in mancanza di una previsione contrattuale, oltre quindici giorni, secondo la procedura prevista dalla legge. L’INPS ha chiarito che la cessazione qualificata come dimissioni per fatti concludenti non consente l’accesso alla NASpI, perché considerata volontaria. È diverso il caso in cui il datore proceda a un vero licenziamento disciplinare: il licenziamento costituisce perdita involontaria dell’occupazione ai fini NASpI, fermo restando il possesso degli altri requisiti. La distinzione è enorme: assentarsi pensando «tanto mi licenzieranno e prenderò la disoccupazione» può produrre un risultato molto diverso da quello immaginato.
IL REQUISITO CONTRIBUTIVO
In via generale sono necessarie almeno 13 settimane di contribuzione contro la disoccupazione nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, calcolate secondo le regole previste per la NASpI. È importante anche ricordare il principio di automaticità delle prestazioni previdenziali: nelle situazioni in cui trova applicazione, l’omesso versamento contributivo del datore non significa automaticamente che il lavoratore perda la tutela. Se nell’estratto contributivo mancano periodi che dovrebbero esserci, la posizione deve essere verificata e non semplicemente data per perduta.
LA REGOLA DELLE 13 SETTIMANE DOPO PRECEDENTI DIMISSIONI
Dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore una regola che merita particolare attenzione. Se, nei dodici mesi precedenti la cessazione involontaria per la quale viene richiesta la NASpI, il lavoratore ha lasciato volontariamente un precedente rapporto a tempo indeterminato, in determinate condizioni deve avere maturato almeno 13 settimane di contribuzione tra quella cessazione volontaria e la successiva cessazione involontaria.
ESEMPIO PRATICO
Mario lavora a tempo indeterminato e decide di dimettersi. Dopo poco tempo trova un’altra occupazione. Sei settimane dopo viene licenziato. Mario possiede magari molti anni di contributi precedenti, ma il nuovo requisito può impedirgli l’accesso alla NASpI perché tra le dimissioni dal precedente tempo indeterminato e il successivo licenziamento non ha maturato le 13 settimane richieste. Se invece il nuovo rapporto dura abbastanza da consentirgli di raggiungere quelle 13 settimane, questo requisito può essere soddisfatto. La regola non si applica indistintamente a ogni precedente cessazione volontaria: sono previste eccezioni, tra cui le dimissioni per giusta causa e altre fattispecie tutelate. Per questo bisogna conoscere data, tipo di rapporto e motivo esatto della precedente cessazione.
QUANTO DURA LA NASpI
La durata non è uguale per tutti. La NASpI viene riconosciuta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione utili presenti negli ultimi quattro anni, secondo le regole previste dalla normativa e tenendo conto dei periodi già utilizzati per precedenti prestazioni. Se, per fare un esempio semplificato, risultano 104 settimane utilizzabili, la durata teorica sarà di 52 settimane; con 156 settimane utilizzabili sarà di 78 settimane. Poiché l’osservazione riguarda il quadriennio, la durata può arrivare, in termini generali, fino a circa due anni. Questo non significa però che ogni lavoratore licenziato abbia automaticamente diritto a due anni di NASpI.
COME SI CALCOLA L’IMPORTO
La NASpI non corrisponde all’ultimo stipendio e soprattutto non viene calcolata sul netto dell’ultima busta paga. Si parte dalla retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali determinata secondo le regole previste dalla disciplina. Per il 2026, la soglia di riferimento comunicata annualmente dall’INPS è pari a 1.456,72 euro, mentre l’importo massimo mensile della NASpI è pari a 1.584,70 euro.
Se la retribuzione media mensile è pari o inferiore alla soglia, l’indennità è pari al 75% della retribuzione media. Con una retribuzione media di 1.300 euro, ad esempio, il calcolo iniziale teorico è: 1.300 × 75% = 975 euro.
Quando invece la retribuzione media supera 1.456,72 euro, si prende il 75% di 1.456,72 euro e si aggiunge il 25% della differenza tra la retribuzione media e la soglia. Con una retribuzione media di 2.000 euro avremo: 75% di 1.456,72 = 1.092,54 euro; differenza tra 2.000 e 1.456,72 = 543,28 euro; 25% della differenza = 135,82 euro. L’importo teorico iniziale sarà quindi 1.228,36 euro. Qualunque sia la retribuzione di partenza, nel 2026 la NASpI non può comunque superare il massimale previsto di 1.584,70 euro mensili.
LA NASpI DIMINUISCE NEL TEMPO
L’importo non rimane necessariamente identico per tutta la durata della prestazione. La NASpI viene ridotta del 3% ogni mese a partire dal primo giorno del sesto mese di fruizione. Per chi ha compiuto 55 anni alla data di presentazione della domanda, la riduzione decorre invece dal primo giorno dell’ottavo mese. Si tratta di una riduzione progressiva: con il passare dei mesi l’importo della prestazione diminuisce.
NASpI E CONTRIBUTI PER LA PENSIONE
Durante la fruizione della NASpI è previsto l’accredito della contribuzione figurativa, entro le condizioni e i limiti stabiliti dalla normativa. Il periodo coperto dalla prestazione, quindi, non costituisce necessariamente un vuoto nella posizione previdenziale. Gli effetti concreti sulla futura pensione dipendono comunque dalla posizione individuale e dalle regole pensionistiche applicabili.
QUANDO PRESENTARE LA DOMANDA
Qui bisogna essere molto chiari: non aspettare inutilmente. In via ordinaria la domanda deve essere presentata all’INPS entro 68 giorni dalla cessazione del rapporto di lavoro, salvo le particolari regole previste per determinate situazioni. Ma 68 giorni rappresentano il termine massimo ordinario per non decadere dalla possibilità di presentare la domanda, non il momento ideale per farla.
Se la domanda viene presentata entro gli otto giorni successivi alla cessazione, normalmente la prestazione decorre dall’ottavo giorno successivo alla cessazione. Se viene presentata successivamente, ma entro il termine previsto, la decorrenza è normalmente dal giorno successivo alla presentazione della domanda. Questo significa che aspettare può costare giorni di indennità.
MALATTIA O INFORTUNIO ALLA CESSAZIONE
Esistono regole particolari quando alla cessazione del rapporto sono presenti eventi come malattia o infortunio. Dal 2025 l’INPS ha fornito specifiche indicazioni operative anche sulla sospensione dei termini in determinate situazioni. Perciò, quando la cessazione coincide con un periodo di malattia, infortunio, maternità o altro evento tutelato, non bisogna applicare automaticamente la regola generale senza verificare la disciplina specifica.
COME PRESENTARE LA DOMANDA
La domanda NASpI viene presentata telematicamente all’INPS attraverso il servizio dedicato, utilizzando una delle modalità di autenticazione ammesse, oppure tramite un Patronato. Prima dell’invio è opportuno controllare attentamente la data e la causa della cessazione, la propria posizione contributiva, gli eventuali rapporti precedenti rilevanti e i dati richiesti per il pagamento. La domanda può essere presentata soltanto dopo la cessazione del rapporto: sapere in anticipo che un contratto terminerà non consente di anticipare la domanda.
Servizio ufficiale NASpI dell’INPS
NASpI E CENTRO PER L’IMPIEGO
La NASpI non è soltanto un trasferimento economico. La domanda produce gli effetti previsti in materia di dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro e si inserisce nel sistema delle politiche attive. Il beneficiario deve quindi rispettare gli obblighi previsti dalla normativa e dalle procedure applicabili. Non bisogna considerare l’indennità come una somma completamente scollegata dalla disponibilità e dalla ricerca di una nuova occupazione.
TROVO UN NUOVO LAVORO: COSA SUCCEDE?
Trovare un nuovo lavoro durante la NASpI non significa necessariamente perdere immediatamente tutta la prestazione. Le conseguenze dipendono dal tipo e dalla durata del nuovo rapporto, dal reddito previsto e dalle altre condizioni stabilite dalla normativa. A seconda della situazione la NASpI può essere sospesa, ridotta oppure può verificarsi la decadenza. Per questo, quando nasce un nuovo rapporto durante la fruizione della prestazione, bisogna verificare immediatamente quali comunicazioni siano necessarie. Pensare «tanto l’INPS lo saprà automaticamente» è un rischio inutile.
E SE INIZIO UN’ATTIVITÀ AUTONOMA?
Anche l’avvio di un’attività autonoma può incidere sulla NASpI. La disciplina prevede, quando ricorrono le condizioni, forme di compatibilità con conseguente riduzione della prestazione e specifici obblighi di comunicazione. Esiste inoltre la possibilità, in determinate circostanze, di chiedere la NASpI anticipata in un’unica soluzione per avviare un’attività autonoma, un’impresa individuale o nelle altre fattispecie ammesse dalla normativa.
NASpI ANTICIPATA
L’anticipazione non significa ricevere una NASpI più alta. Significa utilizzare in un’unica soluzione l’importo residuo della prestazione per le finalità previste dalla legge. È una scelta importante perché può produrre conseguenze qualora successivamente venga instaurato un rapporto di lavoro subordinato nelle condizioni previste dalla normativa. Va quindi valutata sulla base di un progetto concreto, non semplicemente perché sembra conveniente ricevere immediatamente una somma maggiore.
NASpI E LAVORO NON DICHIARATO
Percepire la NASpI mentre si svolge attività lavorativa non dichiarata può comportare conseguenze pesanti, compreso il recupero delle somme indebitamente percepite e gli ulteriori effetti previsti dall’ordinamento. Se si trova un nuovo lavoro bisogna verificare correttamente compatibilità, reddito, eventuale sospensione o riduzione della prestazione e obblighi di comunicazione.
COME CONTROLLARE LA DOMANDA
Dopo averla presentata, la domanda va seguita. Attraverso i servizi INPS è possibile controllare lo stato della pratica, la durata riconosciuta, gli importi e i pagamenti. È opportuno verificare eventuali comunicazioni o richieste dell’Istituto e intervenire rapidamente se qualcosa non corrisponde alla propria situazione. Conserva inoltre la ricevuta di presentazione e la documentazione relativa alla cessazione del rapporto.
NASpI E TASSE
La NASpI è soggetta al trattamento fiscale previsto per questa tipologia di reddito. Per questo l’importo teorico calcolato non coincide necessariamente con la cifra materialmente accreditata sul conto corrente. Il massimale 2026 di 1.584,70 euro riguarda l’importo massimo della prestazione determinato secondo le regole NASpI: non significa che quella cifra costituisca automaticamente il netto percepito dal beneficiario.
CINQUE ERRORI DA NON FARE
Aspettare 68 giorni pensando che sia normale farlo. È il termine massimo ordinario, non un consiglio ad aspettare. Pensare che qualsiasi dimissione dia diritto alla NASpI. Le normali dimissioni volontarie, di regola, non lo consentono. Ignorare un precedente rapporto a tempo indeterminato lasciato volontariamente. Dal 2025 può diventare determinante per il requisito delle 13 settimane. Non verificare gli obblighi quando si trova un nuovo lavoro. La nuova attività può modificare la prestazione. Calcolare la NASpI guardando l’ultimo netto in busta paga. È il metodo sbagliato: il calcolo parte dalla retribuzione previdenziale secondo le specifiche regole previste.
LA BUSSOLA — I NUMERI DA RICORDARE
| COSA | REGOLA GENERALE |
|---|---|
| Cessazione | Involontaria o altra cessazione espressamente tutelata |
| Requisito contributivo | Almeno 13 settimane secondo le regole NASpI |
| Periodo di osservazione | 4 anni precedenti |
| Domanda | In via ordinaria entro 68 giorni |
| Durata | Metà delle settimane contributive utilizzabili |
| Soglia retributiva 2026 | € 1.456,72 |
| Massimale mensile 2026 | € 1.584,70 |
| Riduzione | 3% mensile dal 6° mese |
| Almeno 55 anni alla domanda | Riduzione dal 8° mese |
| Durante la NASpI | Contribuzione figurativa secondo le regole previste |
UN ESEMPIO COMPLETO
Prendiamo un lavoratore di 45 anni che perde involontariamente il lavoro nel 2026. Supponiamo che abbia una retribuzione media previdenziale di 2.000 euro mensili e 160 settimane contributive effettivamente utilizzabili nel quadriennio. La durata teorica sarà: 160 ÷ 2 = 80 settimane. Per l’importo prendiamo la soglia 2026 di 1.456,72 euro: il 75% è 1.092,54 euro. La differenza tra 2.000 e 1.456,72 è 543,28 euro; il 25% di questa differenza è 135,82 euro. L’importo iniziale teorico sarà quindi 1.228,36 euro mensili. Dal sesto mese, essendo il lavoratore sotto i 55 anni alla domanda, entrerà poi in funzione la riduzione progressiva prevista dalla normativa. È un esempio che mostra bene perché due lavoratori licenziati nello stesso giorno possano avere durata e importi completamente differenti.
IL PUNTO DELLA BUSSOLA
La NASpI viene chiamata comunemente “disoccupazione”, una parola piccola per qualcosa che arriva quasi sempre in un momento difficile: un contratto finito, un licenziamento, un’azienda che chiude, una certezza economica che improvvisamente scompare. Proprio per questo bisogna conoscere le regole prima che siano le regole a presentarci il conto. Una domanda presentata troppo tardi può far perdere giorni di indennità; una cessazione interpretata male può cambiare il diritto; tredici settimane possono separare una prestazione riconosciuta da una domanda respinta; un nuovo lavoro gestito senza verificare gli obblighi può trasformare una buona notizia in un problema.
La NASpI non è una concessione. È una tutela prevista dall’ordinamento, costruita anche attraverso il lavoro e la contribuzione. Quando il lavoro viene meno, conoscere quella tutela significa difendere il proprio reddito nel momento in cui serve di più. Perdere il lavoro può accadere. Perdere un diritto perché nessuno ci ha spiegato come funziona, invece, non dovrebbe accadere.

