SETTORE SANITA’

Il settore che decide quanto vale davvero un Paese: medici, infermieri, OSS, tecnici, liste d’attesa, territorio, salari, aggressioni, intelligenza artificiale e una domanda che non può più essere rinviata — chi si prenderà cura di noi domani?

La sanità è il luogo nel quale tutte le grandi parole della politica diventano improvvisamente concrete. Universalità, uguaglianza, dignità, diritti: smettono di essere concetti nel momento in cui una persona entra in un pronto soccorso, aspetta una diagnosi, cerca uno specialista, accompagna un genitore anziano o riceve una telefonata che divide la vita in un prima e in un dopo. L’articolo 32 della Costituzione definisce la salute un fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Ma perché quel diritto esista davvero servono edifici, tecnologie, farmaci e denaro; soprattutto servono persone. Medici, infermieri, OSS, ostetriche, tecnici sanitari, fisioterapisti, operatori della prevenzione, amministrativi, ricercatori, farmacisti, psicologi e decine di altre professioni. Ed è proprio sul lavoro che oggi il Servizio sanitario nazionale incontra una delle sue prove più difficili: abbiamo una popolazione sempre più anziana e bisognosa di assistenza proprio mentre alcune professioni sanitarie diventano più difficili da trovare, trattenere e convincere a rimanere nel pubblico.

UN PATRIMONIO CHE NON POSSIAMO DARE PER SCONTATO

Il Servizio sanitario nazionale nasce con la legge 833 del 23 dicembre 1978 e porta con sé un’idea radicale: la cura non deve dipendere dalla ricchezza della persona. Quasi mezzo secolo dopo quell’idea continua a essere uno dei più grandi patrimoni civili italiani, ma deve confrontarsi con bisogni profondamente diversi. Viviamo più a lungo, aumentano cronicità, multimorbilità, non autosufficienza, demenze e necessità di assistenza continuativa. La medicina, contemporaneamente, è diventata enormemente più potente e costosa. Prestazioni impensabili quarant’anni fa sono oggi routine. Questo significa che la sanità non può essere amministrata semplicemente ripetendo ciò che funzionava ieri. Un sistema costruito prevalentemente intorno all’ospedale deve imparare a curare una società che avrà sempre più bisogno di essere assistita anche a casa e nel territorio.

I NUMERI DICONO CHE I PROFESSIONISTI CI SONO. MA NON BASTA CONTARLI

Nel 2024 risultavano attivi in Italia quasi 217 mila medici specialisti, tra sistema pubblico e privato, pari a circa 368 ogni 100 mila abitanti. Per la prima volta Ministero della Salute e Istat hanno costruito nel 2026 una banca dati capace di osservarli non soltanto per numero, ma anche per età, specializzazione, genere e regione di attività. È un cambiamento metodologico fondamentale, perché sapere quanti medici esistono non basta: bisogna sapere quali specialisti abbiamo, dove lavorano e quanti stanno per uscire dal sistema. Il problema italiano, infatti, non può essere ridotto alla formula semplicistica “mancano medici”. Alcune specializzazioni sono fortemente sotto pressione, altre meno; alcune aree territoriali risultano meno attrattive; esistono squilibri tra pubblico e privato e tra regioni. La vera questione è la programmazione.

INFERMIERI: IL PUNTO NEL QUALE IL SISTEMA MOSTRA LA SUA FRAGILITÀ

Se il medico rappresenta nell’immaginario collettivo il volto della cura, l’infermiere rappresenta sempre più spesso la continuità della cura. È il professionista che resta accanto al paziente durante gran parte del percorso assistenziale, che osserva, valuta, somministra terapie, educa, comunica con le famiglie, gestisce tecnologie e intercetta variazioni cliniche. E proprio l’area infermieristica è una delle più delicate per attrattività, turnazioni e fabbisogno futuro. Non basta aumentare semplicemente i posti universitari se poi la professione non viene percepita come economicamente e professionalmente desiderabile. Formare una persona che dopo pochi anni decide di lasciare il SSN non risolve la carenza: la sposta soltanto nel tempo.

ASSUMERE È NECESSARIO. TRATTENERE È ANCORA PIÙ IMPORTANTE

La legge di bilancio 2026 ha stanziato 450 milioni di euro annui a regime per assunzioni di personale sanitario nel SSN. Sono state inoltre previste risorse per aumentare le indennità di specificità sanitaria, medica e infermieristica e quella di tutela del malato e promozione della salute. Per il personale di pronto soccorso le Regioni possono inoltre incrementare tra il 2026 e il 2029 le risorse destinate al trattamento accessorio. È una scelta importante, ma il vero banco di prova sarà capire se queste risorse riusciranno non soltanto a finanziare nuovi ingressi, ma a rendere nuovamente attrattivi i reparti e i servizi più difficili. Perché il problema non è semplicemente trovare qualcuno che firmi un contratto. È fare in modo che dopo cinque anni quella persona voglia essere ancora lì.

IL CONTRATTO: OLTRE 581 MILA LAVORATORI E UN RINNOVO ARRIVATO TARDI

Il CCNL del Comparto Sanità 2022-2024 è stato sottoscritto definitivamente il 27 ottobre 2025 e riguarda oltre 581 mila dipendenti, compresa la ricerca sanitaria. L’incremento medio mensile indicato dall’ARAN è di 172 euro per tredici mensilità. Il contratto interviene anche sulle possibilità di accesso all’area di elevata qualificazione e sulla valorizzazione delle competenze professionali. Il rinnovo dell’Area Sanità 2022-2024, che riguarda tra gli altri dirigenti medici, veterinari e sanitari, è stato invece sottoscritto il 27 febbraio 2026; nel frattempo è già iniziato il negoziato per il triennio 2025-2027, sia per il Comparto sia per l’Area. È il paradosso della contrattazione pubblica che abbiamo incontrato anche altrove: firmare oggi il contratto del periodo già concluso significa recuperare un ritardo, non costruire pienamente il futuro. In un settore nel quale competenze e responsabilità crescono rapidamente, la contrattazione non può inseguire il tempo: deve riuscire a camminargli accanto.

SALARI: LA VOCAZIONE NON PUÒ ESSERE UNA FORMA DI PAGAMENTO

Poche professioni vengono raccontate con una retorica così intensa come quelle sanitarie. Missione. Vocazione. Sacrificio. Parole nobili, finché non diventano il modo elegante per giustificare condizioni che in altri lavori non accetteremmo. Chi entra in un reparto di notte, chi assume decisioni dalle quali può dipendere una vita, chi lavora nei festivi, chi affronta il dolore ogni giorno ha certamente bisogno di motivazione. Ma ha anche diritto a salario, riposo, carriera e riconoscimento. La sanità non può chiedere alle persone di amare tanto il proprio lavoro da accettare che il valore economico di quel lavoro resti indietro. La vocazione è ciò che una persona mette in più. Non può diventare ciò che il sistema utilizza per mettere qualcosa in meno.

PRONTO SOCCORSO: IL LUOGO DOVE TUTTI I PROBLEMI ARRIVANO INSIEME

Il pronto soccorso è forse la lente più spietata con cui osservare il SSN. Qui arrivano emergenza vera, carenza di medicina territoriale, fragilità sociale, anziani soli, pazienti che non sono riusciti ad accedere in tempi ragionevoli ad altre prestazioni, persone impaurite e familiari esasperati. E tutto converge sul personale. Il Ministero della Salute riconosce esplicitamente i servizi e le discipline con maggiori criticità tra le aree sulle quali occorre agire con strumenti di valorizzazione e maggiore attrattività. Se un pronto soccorso è permanentemente sovraffollato non è necessariamente il reparto ad avere fallito. Può essere il segnale che tutto ciò che avrebbe dovuto intercettare prima il bisogno non ha funzionato abbastanza.

AGGRESSIONI: IL PUNTO NEL QUALE SI È SUPERATO UN CONFINE

Nel 2025 sono state segnalate quasi 18 mila aggressioni contro operatori sanitari e sociosanitari, che hanno coinvolto 23.367 lavoratori. Il 69% degli episodi è stato verbale, il 25% fisico; gli infermieri rappresentano il 55% delle categorie coinvolte, seguiti dai medici con il 16% e dagli OSS con l’11%. I luoghi maggiormente esposti sono pronto soccorso, servizi psichiatrici di diagnosi e cura e aree di degenza. Sono numeri che dovrebbero provocare una reazione culturale prima ancora che penale. Il Ministero ha aggiornato la Raccomandazione n. 8 indicando misure organizzative, formazione, supporto psicologico, sistemi di allarme e strumenti di protezione nei contesti più rischiosi. Ma esiste una verità che nessuna telecamera può risolvere completamente: quando la fiducia tra cittadino e sistema sanitario si rompe, il lavoratore diventa troppo spesso il bersaglio visibile di problemi che non ha creato.

SICUREZZA: CHI CURA GLI ALTRI È ANCHE UN LAVORATORE

La sanità è un ambiente di lavoro complesso: rischio biologico, movimentazione dei pazienti, esposizione a sostanze, radiazioni, turni, lavoro notturno, stress, aggressioni, rischio ergonomico e carico emotivo. Il riferimento generale resta il D.Lgs. 81/2008, che impone valutazione dei rischi, prevenzione, formazione e sorveglianza sanitaria. Ma il settore mostra bene quanto la sicurezza contemporanea non possa essere ridotta al casco o al dispositivo di protezione. Esiste anche una sicurezza organizzativa: organici sufficienti, riposi, turnazioni sostenibili, procedure chiare, ambienti adeguati. Un professionista esausto non è soltanto un lavoratore che soffre. È anche un sistema che aumenta il rischio clinico.

TURNI E BURNOUT: LA FATICA CHE NON COMPARE NELLA CARTELLA CLINICA

Lavorare in sanità significa convivere con la sofferenza altrui senza poterla portare completamente a casa ogni sera. Questa è una competenza professionale invisibile. A essa si aggiungono notti, urgenze, responsabilità, carenze di personale e pressione degli utenti. Quando il sistema funziona al limite per troppo tempo, il rischio è che il sacrificio straordinario diventi organizzazione ordinaria. Ma un’organizzazione non può basarsi permanentemente sull’eroismo. Se per far funzionare un reparto servono ogni giorno persone disposte a fare più di quanto sarebbe ragionevole chiedere, non abbiamo un reparto efficiente: abbiamo un problema mascherato da dedizione.

IL TERRITORIO: LA RIVOLUZIONE PIÙ IMPORTANTE È FUORI DALL’OSPEDALE

La grande trasformazione della sanità italiana dovrebbe avvenire fuori dagli ospedali. Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali, assistenza domiciliare e integrazione sociosanitaria puntano a costruire un sistema nel quale il cittadino non debba arrivare al pronto soccorso per ogni bisogno. L’invecchiamento della popolazione rende questa trasformazione inevitabile. Una persona con diabete, scompenso cardiaco, broncopatia, fragilità o non autosufficienza non ha bisogno soltanto di essere “riparata” quando si aggrava. Ha bisogno di essere seguita. Questo significa più infermieristica di comunità, medicina generale integrata, riabilitazione, assistenza domiciliare e strumenti digitali. L’ospedale deve tornare a fare soprattutto ciò che soltanto l’ospedale può fare.

LISTE D’ATTESA: IL DIRITTO ESISTE SOLTANTO SE ARRIVA IN TEMPO

Una prestazione sanitaria ricevuta quando ormai è troppo tardi non è pienamente una prestazione garantita. Le liste d’attesa rappresentano uno dei punti nei quali il principio universalistico incontra la vita quotidiana. Quando un cittadino può aspettare mesi nel pubblico oppure pagare e ottenere la prestazione rapidamente nel privato, la disuguaglianza economica comincia a trasformarsi in disuguaglianza sanitaria. Il Nuovo Sistema di Garanzia del Ministero verifica attraverso 88 indicatori che i cittadini ricevano in maniera efficace, appropriata ed equa le prestazioni comprese nei LEA. Ma l’equità non può essere soltanto monitorata. Deve essere percepita. Il cittadino deve poter credere che il proprio reddito non determini la velocità con cui verrà curato.

PUBBLICO E PRIVATO: IL CONFINE PIÙ DELICATO

Il sistema sanitario italiano è già un sistema misto: pubblico, privato accreditato, convenzionato, cooperazione sociale, RSA, assistenza territoriale. Demonizzare il privato sarebbe ideologico; immaginare che possa sostituire il pubblico sarebbe altrettanto miope. Il problema centrale è il governo. Se il privato integra la capacità pubblica dentro una programmazione universalistica può rappresentare una risorsa. Se invece il pubblico perde personale e capacità mentre il privato assorbe professionisti e prestazioni più remunerative, si crea un circuito nel quale il sistema universale resta con i problemi più complessi e meno strumenti per affrontarli. La domanda non è pubblico contro privato. È chi decide le priorità e secondo quale interesse.

MEDICI SPECIALISTI: NON BASTA AUMENTARE LE BORSE

La nuova banca dati nazionale sui medici specialisti nasce proprio dalla necessità di programmare meglio il fabbisogno futuro. Quasi 217 mila specialisti nel 2024 possono sembrare molti, ma il dato aggregato nasconde età, distribuzione regionale e specializzazione. La programmazione deve diventare chirurgica: quanti anestesisti serviranno? quanti medici d’urgenza? quanti geriatri? quanti specialisti in determinate aree geografiche? Finanziare posti formativi senza una previsione seria significa rischiare di formare troppo in alcuni ambiti e troppo poco in altri. La sanità richiede una programmazione delle persone con lo stesso rigore con cui dovrebbe programmare una grande infrastruttura.

RIFORMA DELLE PROFESSIONI: UNA MAPPA CHE DEVE ESSERE RIDISEGNATA

Il disegno di legge delega sulle professioni sanitarie approvato dal Consiglio dei ministri nel 2025 prevede interventi entro il 31 dicembre 2026 per affrontare carenze di personale, percorsi di carriera, formazione specialistica, condizioni di lavoro nelle aree disagiate, semplificazione delle attività amministrative e sicurezza dei professionisti. Prevede inoltre un sistema nazionale di certificazione delle competenze e una revisione di alcuni percorsi formativi. È un passaggio importante perché le professioni sanitarie stanno cambiando. Infermieri, tecnici e altre figure possiedono competenze molto più avanzate rispetto a quelle di decenni fa. Valorizzarle significa utilizzarle pienamente, non soltanto ringraziarle pubblicamente.

BUROCRAZIA: IL TEMPO DEL MEDICO DEVE TORNARE AL PAZIENTE

Una delle contraddizioni più frustranti della sanità contemporanea è vedere professionisti altamente qualificati consumare una parte crescente del proprio tempo in attività amministrative, certificazioni, sistemi informativi e adempimenti. Alcuni sono necessari. Altri potrebbero essere automatizzati o semplificati. Lo stesso Ministero indica la riduzione del carico amministrativo tra gli obiettivi della riforma delle professioni. Se un medico impiega un’ora a compilare ciò che un sistema potrebbe predisporre automaticamente, non abbiamo soltanto sprecato un’ora di lavoro. Abbiamo sottratto un’ora alla cura.

INTELLIGENZA ARTIFICIALE: LA MACCHINA VEDRÀ MOLTO, MA NON TUTTO

Pochi settori saranno trasformati dall’intelligenza artificiale quanto la sanità. Diagnostica per immagini, analisi di dati clinici, predizione del rischio, triage, scoperta di farmaci, supporto decisionale, robotica e automazione amministrativa aprono possibilità enormi. Un algoritmo può trovare pattern invisibili all’occhio umano e analizzare quantità di informazioni impossibili per una singola persona. Ma la medicina non è soltanto riconoscere pattern. Significa assumere responsabilità, spiegare l’incertezza, comprendere una storia personale, scegliere tra alternative, accompagnare una persona. L’IA può diventare uno straordinario secondo sguardo. Non deve diventare un alibi per togliere il primo: quello umano.

TELEMEDICINA: LA DISTANZA PUÒ DIVENTARE PIÙ CORTA

Televisite, telemonitoraggio e strumenti digitali possono cambiare radicalmente la gestione delle cronicità e delle aree geograficamente disagiate. Un paziente fragile può essere seguito senza recarsi continuamente in ospedale; parametri possono essere monitorati a distanza; professionisti possono collaborare tra strutture diverse. Ma esiste una condizione: la telemedicina deve aggiungere accessibilità, non diventare un modo per sostituire indiscriminatamente il contatto umano. Non tutti i cittadini possiedono le stesse competenze digitali e non tutte le prestazioni possono essere smaterializzate. La tecnologia deve ridurre la distanza geografica senza aumentare quella umana.

PREVENZIONE: LA SANITÀ MIGLIORE È QUELLA DI CUI ABBIAMO MENO BISOGNO

Nel 2026 è stato approvato il nuovo Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031, articolato su sette grandi aree tra cui malattie croniche, dipendenze, sicurezza dei lavoratori, ambiente e clima, malattie infettive e sicurezza alimentare. È forse il capitolo più importante e meno spettacolare della sanità. Un tumore diagnosticato prima, un diabete evitato, una vaccinazione, una caduta prevenuta, una malattia professionale scongiurata non producono la fotografia emotiva di un intervento chirurgico riuscito. Ma producono salute. Ogni euro ben speso in prevenzione può evitare sofferenza prima ancora che evitare una spesa sanitaria.

DONNE: LA COLONNA PORTANTE DELLA SANITÀ

La sanità è uno dei settori con la più forte presenza femminile, soprattutto nelle professioni infermieristiche, assistenziali e sanitarie. Ma alta presenza non significa automaticamente parità. Turni, notti e lavoro festivo incidono sulla conciliazione; le responsabilità familiari continuano a ricadere in misura maggiore sulle donne; le aggressioni vedono anch’esse una prevalenza femminile superiore al 60% in gran parte delle Regioni. Il sistema sanitario dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali organizzare il lavoro partendo dalla realtà delle persone, non dal presupposto che dietro ogni turno ci sia qualcun altro pronto a occuparsi della famiglia.

GIOVANI: PERCHÉ DOVREBBERO SCEGLIERE DI CURARCI?

Questa è forse la domanda più importante. Perché un giovane dovrebbe scegliere infermieristica, medicina d’urgenza, una professione sanitaria o sociosanitaria? La risposta non può essere soltanto “perché è un lavoro sicuro” o “perché aiuta gli altri”. Servono prospettive economiche, carriera, specializzazione, autonomia professionale, sicurezza e un’organizzazione che permetta di vivere. La carenza di personale può diventare una straordinaria opportunità occupazionale, ma soltanto se il sistema comprende che l’attrattività non si decreta: si costruisce.

RICERCA: CURARE DOMANI SIGNIFICA STUDIARE OGGI

Il riordino degli IRCCS approvato definitivamente nel marzo 2026 punta a rafforzare reti di ricerca, integrazione tra assistenza e formazione, nuove figure professionali e governance scientifica. È un capitolo decisivo. Un Servizio sanitario che si limita a erogare prestazioni senza produrre conoscenza rischia di diventare dipendente dall’innovazione sviluppata altrove. La ricerca pubblica e clinica è quindi parte della sovranità sanitaria di un Paese. Chi ricerca oggi decide quali cure potremo offrire domani.

I PUNTI DI FORZA

Il primo è enorme: l’Italia possiede ancora un Servizio sanitario nazionale universalistico, un patrimonio che molti Paesi non hanno mai avuto. Dispone di professionisti altamente qualificati, strutture di eccellenza, università, IRCCS, una forte ricerca clinica e una capacità scientifica riconosciuta internazionalmente. Gli investimenti su territorio, digitalizzazione, prevenzione e personale possono modernizzare profondamente il sistema. La nuova banca dati sugli specialisti e gli interventi programmati sulle professioni mostrano inoltre un tentativo di passare da una gestione emergenziale a una programmazione più razionale.

I PUNTI DI CADUTA

Le criticità sono altrettanto nette: carenza e distribuzione disomogenea del personale, liste d’attesa, difficoltà del pronto soccorso, attrattività insufficiente di alcune professioni, aggressioni, differenze regionali, carico burocratico, turnazioni, fuga verso il privato o l’estero e una medicina territoriale ancora incompleta. A tutto questo si aggiunge una tensione economica permanente: la domanda di salute tende naturalmente a crescere più rapidamente delle risorse disponibili. La soluzione non può essere promettere tutto a tutti senza priorità. Deve essere governare risorse finite secondo equità, evidenza scientifica e bisogno.

COSA SERVE ADESSO

Serve innanzitutto una vera politica delle persone. Programmare fabbisogni per professione, territorio e specializzazione; assumere; stabilizzare dove necessario; costruire carriere; valorizzare il lavoro notturno e nei servizi disagiati; aumentare la sicurezza; ridurre burocrazia e rendere più semplice il ritorno nel sistema pubblico. Servono medicina territoriale, domiciliarità e integrazione sociosanitaria per evitare che l’ospedale diventi il contenitore di ogni problema. Serve un governo rigoroso delle liste d’attesa, investimenti sulla prevenzione e un uso dell’IA capace di liberare tempo professionale invece di sostituire indiscriminatamente lavoratori. E serve soprattutto una scelta politica limpida: decidere se il SSN debba restare davvero il luogo nel quale il bisogno di cura viene prima della capacità economica di pagare.

LA BUSSOLA DEL SETTORE

🟢 CENTRALITÀ SOCIALE — VERDE PIENO. Nessun settore tocca in maniera altrettanto diretta vita, dignità, sicurezza e coesione sociale.

🟢 OCCUPAZIONE — VERDE. La domanda di professionisti sanitari e sociosanitari resterà strutturalmente elevata, sostenuta dall’invecchiamento della popolazione e dall’ampliamento dei bisogni assistenziali.

🔴 CARENZA E DISTRIBUZIONE DEL PERSONALE — ROSSO. Il problema non riguarda soltanto il numero complessivo dei professionisti, ma specializzazioni, territori, pensionamenti e capacità del pubblico di trattenerli. La stessa riforma delle professioni nasce esplicitamente per affrontare queste criticità.

🟡 SALARI — GIALLO. Il CCNL 2022-2024 porta un incremento medio di 172 euro nel Comparto e la legge di bilancio aumenta alcune indennità, ma valore professionale, turni e responsabilità lasciano aperta la questione della piena attrattività economica.

🔴 AGGRESSIONI — ROSSO PIENO. Quasi 18 mila episodi segnalati e oltre 23 mila operatori coinvolti nel 2025 rappresentano una ferita incompatibile con qualsiasi idea civile del lavoro di cura.

🔴 PRONTO SOCCORSO — ROSSO. Sovraffollamento, carenza di alcune professionalità, pressione dell’utenza e aggressioni rendono l’emergenza-urgenza uno dei punti più vulnerabili.

🟠 LISTE D’ATTESA — ARANCIONE TENDENTE AL ROSSO. Se il tempo di accesso dipende eccessivamente dalla capacità di rivolgersi al privato, il principio universalistico si indebolisce.

🟡 SANITÀ TERRITORIALE — GIALLO TENDENTE AL VERDE. La direzione è quella giusta, ma Case della Comunità e nuova assistenza funzioneranno soltanto se verranno riempite di professionisti e servizi, non soltanto di strutture.

🟢 PREVENZIONE — VERDE. Il nuovo Piano 2026-2031 offre una cornice nazionale ampia e moderna, ma i risultati dipenderanno dalla capacità concreta di finanziare e attuare gli interventi.

🟢 RICERCA E INNOVAZIONE — VERDE. IRCCS, università, medicina di precisione, IA e ricerca clinica rappresentano una delle grandi forze italiane.

🟡 INTELLIGENZA ARTIFICIALE — GIALLO TENDENTE AL VERDE. Le potenzialità sono immense; la condizione è mantenere responsabilità clinica, trasparenza e governo umano delle decisioni.

🟢 PROSPETTIVE PER I GIOVANI — VERDE. Le opportunità professionali sono enormi. Il vero interrogativo non è se serviranno lavoratori, ma se il SSN saprà offrire loro condizioni sufficientemente buone perché scelgano di restare.

🚦 SEMAFORO COMPLESSIVO: GIALLO

Il Servizio sanitario italiano non è al collasso e raccontarlo così sarebbe tanto facile quanto falso. Possiede ancora professionisti, universalità, eccellenze, capacità scientifica e una rete pubblica che continua ogni giorno a curare milioni di persone. Gli investimenti 2026 sul personale, la riforma delle professioni, il territorio, la prevenzione e la ricerca indicano inoltre una direzione di rafforzamento.

Ma non possiamo accendere il verde.

Liste d’attesa, pronto soccorso, carenza e distribuzione del personale, attrattività, aggressioni, differenze territoriali e capacità di trattenere le professioni più richieste sono problemi strutturali. Il SSN possiede ancora la forza per correggere la rotta, ma il tempo nel quale potevamo rinviare le decisioni è finito.

CHI CURA CHI CURA

Orazio Schillaci, presentando nel 2025 la riforma delle professioni sanitarie, ha indicato esplicitamente tra gli obiettivi il contrasto alle carenze di organico, la riduzione della burocrazia e la valorizzazione delle competenze. Nel 2026 il Ministero ha ribadito che la centralità delle risorse umane è il principio cardine per lo sviluppo del SSN e che occorre rendere più attrattivi proprio i servizi nei quali le criticità sono maggiori. Sono parole importanti perché arrivano al punto essenziale.

Possiamo costruire ospedali.

Possiamo acquistare una TAC più potente, un robot chirurgico, una piattaforma di intelligenza artificiale.

Possiamo inaugurare una Casa della Comunità con un nastro tricolore.

Ma una struttura sanitaria vuota di persone resta un edificio.

La sanità comincia nel momento in cui qualcuno entra nella stanza di qualcun altro.

Un medico che deve dire una verità difficile. Un infermiere che vede una paura prima ancora che venga pronunciata. Un OSS che restituisce dignità a una persona che non riesce più a compiere da sola gesti elementari. Un tecnico che individua in un’immagine qualcosa che può cambiare una vita. Un soccorritore che arriva quando tutto il resto sembra essersi fermato.

Sono lavori.

Devono avere contratto, salario, orario, sicurezza, riposo, carriera e diritti.

Ma sono anche qualcosa di più raro: sono lavori nei quali una società affida a un essere umano la fragilità di un altro essere umano.

Ed è qui che la questione della sanità diventa molto più grande della sanità.

Perché possiamo giudicare un Paese dal PIL, dalle esportazioni, dalla tecnologia che produce.

Ma esiste una misura più antica e forse più vera.

Come tratta chi è fragile. E come tratta chi se ne prende cura.

Se riusciremo a proteggere entrambe queste persone — il paziente e il lavoratore — allora il Servizio sanitario nazionale avrà ancora un futuro degno della promessa contenuta nella Costituzione.

Altrimenti continueremo ad avere la parola “diritto”.

Ma rischieremo lentamente di perdere la cosa che quella parola dovrebbe garantire: la cura.

Riferimenti essenziali: Costituzione italiana, art. 32; legge 23 dicembre 1978 n. 833; D.Lgs. 502/1992 e successive modificazioni; D.Lgs. 81/2008; CCNL Comparto Sanità 2022-2024; CCNL Area Sanità 2022-2024; Ministero della Salute-Istat, banca dati medici specialisti 2024; Ministero della Salute, Legge di Bilancio 2026 e riforma delle professioni sanitarie; Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie; Piano Nazionale della Prevenzione 2026-2031; Nuovo Sistema di Garanzia dei LEA.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *